Podcast in Italia: content marketing per le aziende

podcast in Italia: content marketing per le aziende
Podcast in Italia: come utilizzare questo strumento per la promozione di brand

Parlando di podcast in Italia (e non solo), Engage  si è chiesto se “il 2019 vedrà l’alba della voice revolution anche per quanto riguarda il digital advertising?”. La domanda parte dall’evidenza del grande successo negli ultimi tempi del video; ci si chiede quindi se questo successo sarà replicato anche attraverso l’audio. In affetti la diffusione oltreoceano degli smart speaker e i primi tentativi di sviluppare un’advertising specifico per l’audio, potrebbero far pensare di aver individuato la prossima “big thing” del digitale.

Il podcast in Italia è sicuramente in fase d’evoluzione e come in altre parti, è passato da un periodo di relativo boom (vissuto alla metà dei primi anni duemila), ad un altro dove è stato accantonato dal grande pubblico. Ora invece ci si sta avviando verso un altro periodo di grande interesse. Molte radio nazionali presentano da tempo i loro programmi di punta in versione podcast (come non menzionare Dee Giallo di Carlo Lucarelli), fino ad arrivare alle recenti produzioni di un certo livello come “Veleno” di Repubblica.

podcast in Italia: content marketing per le aziende.

“Gli ascoltatori abituali di podcast in Italia sono 2,7 milioni.”

La rinascita, con relativa crescita esponenziale prevista per il podcasting nei prossimi anni, è supportata da un ecosistema di audio device che oggi rendono estremamente facile fruire di un contenuto audio “on the go”. Quindi mentre si è in macchina, posso ascoltare l’ultima puntata attraverso la radio bluetooth, se sono a casa mentre sto facendo altri lavori posso avviarlo da un assistente vocale come Amazon Echo o Google Home. Infine il podcast è sempre presente ovviamente sullo smartphone che di fatto me lo rende a portata di tocco in ogni momento della giornata.

Normale quindi che stiano partendo anche le prime iniziative per portare il podcast nelle aziende; in altre parole per fare entrare questo mezzo nelle strategie di content marketing. L’idea che veicolare un messaggio pubblicitario attraverso il podcast potrebbe aiutare ad alzare il livello di percezione sul brand. Questo è il concetto di “branding discreto”, quello che alla fine diventa più duraturo ed efficace. Anzi, potrebbe diventare un mezzo per legare l’utente ad un brand e a farne il riferimento di fiducia su un determinato argomento.

Ormai il podcast in Italia sta raggiungendo un’audience molto interessante: secondo una ricerca realizzata da Nielsen per Audible, gli ascoltatori abituali di podcast in Italia sono 2,7 milioni. Nel giro di tre anni sono più che triplicati con un trend che ormai racconta di metà degli italiani che dicono “di averne una conoscenza approfondita” o si dichiarano “fruitori abituali”.

Advox è pronta a offrire la progettazione di una serie e la registrazione dei podcast alle aziende che volessero provare questo mezzo di content marketing. Basta scrivere a info@advox.it dando delle indicazioni sul proprio tipo di attività e vedremo di proporre delle soluzioni pronte per il podcasting. Basta che ci dai lo spunto, a tutto il resto pensiamo noi.

Assistenti vocali: entra nella vocal search.

assistenti vocali
Amazon Echo vs Google Home

Per ora in Italia sono arrivati Google Home e Amazon Echo. Il primo ha dei modelli che vanno da un minimo di 35 euro ad un massimo di 120, Amazon Echo parte da 60 e arriva a 150 euro. Tutto questo al netto ovviamente da sconti e promozioni varie.

Echo è l’unico che prevede un modello con un piccolo monitor, tutti gli altri infatti sono senza display e si differenziano nel prezzo sostanzialmente per una diversa qualità dell’audio. Google è arrivato prima in Italia, ma ormai l’Echo di Amazon ha già sostanzialmente recuperato il gap e ha le skill più conosciute presenti su Google Home. Gli assistenti vocali funzionano infatti con quelle che vengono chiamate skill; in altre parole per rispondere a determinate domande, devono avere le istruzioni. Possiamo dire che le skill stanno agli assistenti vocali come le app stanno agli smartphone. Ovviamente è già partita la corsa per mettere in grado i vari publisher di offrire i loro contenuti ai due assistenti vocali.

Crea la tua skill per gli assistenti vocali

Entrare nel mondo degli assistenti vocali per chi produce contenuti, significa entrare nel mercato sempre più ampio della vocal search. Per dare un’idea del trend di questo mercato, basti pensare che la ricerca vocale interessa un quinto delle ricerche totali su Google. Già da qualche anno gli smartphone hanno degli assistenti vocali, il primo fu Siri di Apple, ma ora anche Android ha il suo. L’abitudine quindi di fare delle ricerche direttamente con la voce è ormai diffusa e gli assistenti vocali sono solo uno dei dispositivi interessati, arrivati dopo smartphone, autoradio e altri oggetti con caratteristiche d’intelligenza artificiale (wearable, domotica domestica, ecc…).

La soluzione di Advox

Advox ha sviluppato un flusso di produzione specifico per la realizzazione di skill. Che si debbano organizzare contenuti da fonti testuali o visualizzare dei contenuti in streaming (audio/video), l’offerta è l’ideale per tutti quei publisher che vorrebbero approcciare la crescente fetta di mercato che si rivolge agli assistenti vocali. Per questo Advox ha un’offerta pronta che ti permette di avere qualcosa di pronto in poco tempo, senza dover destinare ingenti risorse di tempo per lo studio e sviluppo. Scrivici per chiedere quello che ti serve, ti sorprenderai di cosa si può fare e di quanto poco possa costare. Lo sviluppo di Advox è pensato sia per Google Home che per Amazon Echo. E finalmente potrai dare il famoso “Ehi Google!” e far partire il tuo notiziario o il tuo podcast.

Programmatic Audio: nuovo adv per la Radio

Il Programmatic Audio visto da iHeart Media è un passaggio imprescindibile se si vuole tenere il mondo della Radio al passo con i tempi.

Programmatic Audio

“Non c’è stato un calo dell’offerta radiofonica fin da quando ho iniziato a fare il disc jockey negli anni ’70 in una stazione di Brookhaven nel Mississippi. Quello che non abbiamo fatto bene come industry è lavorare con i nostri partner nelle agenzie di advertising per tenerli aggiornati delle novità che vedevamo tra i nostri ascoltatori” spiega Bob Pittman CEO di iHeartMedia, che aggiunge: “C’è la parte del consumatore e c’è quello che l’agenzia di advertising pensa di lui”.

Nel corso di un evento tenuto il 15 marzo scorso presso la sede di iHeartMedia, Pittman davanti a decine di account del mondo digital, ha spiegato quelli che secondo lui sono i passi che deve intraprendere il mondo della radio per andare incontro agli interessi mutati dell’ascoltatore. E mentre il mondo del digital sembra interessarsi solo a Spotify e Pandora, la radio vecchia maniera mantiene la sua percentuale di audience. Secondo un report di Nielsen, nel 2016 la radio ha raggiunto il 93% degli adulti statunitensi, mentre la televisione si è fermata all’87%.

Nonostante i 270 milioni di ascoltatori della radio tradizionale a fronte di 96 milioni di utilizzatori dei media digitali, la radio non ha saputo tenere il passo sulla raccolta dei dati rispetto a competitor come Pandora e Spotify. Per avere sempre più dati a disposizione sugli utenti e riuscire quindi a targetizzarli in maniera sempre più precisa, iHeartRadio ha presentato una suite di Programmatic Audio che riesca a combinare la diffusione del mezzo con la precisione del digital marketing. Grazie al suo SmartAudio, gli inserzionisti possono ora acquistare spazi pubblicitari da 850 stazioni e targetizzare su oltre 700 segmenti di audience. SmartAudio permetterà inoltre di utilizzare CRM esterno per chi non volesse fare riferimento alle categorie offerte da iHeart, ma utilizzare i propri database.

Infine anche iHeartMedia non poteva rimanere indifferente al nuovo trend di utilizzare le neuroscienze per valutare il potenziale impatto del Programmatic Audio e in generale dell’adv sulla mente degli ascoltatori. Già Pandora un paio di settimane fa ha presentato uno studio dove si dimostrava come l’inserzione audio ha un maggiore impatto rispetto a quella televisiva e al classico display grazie ad una sua correlazione diretta con la memoria a lungo termine. Dallo studio di iHeartMedia emerge invece come ci sia un’efficacia maggiore nei messaggi di una voce umana rispetto agli effetti che si possono ascoltare in un action movie. “Noi siamo esseri sociali” spiega Gayle Troberman, CMO di iHeartMedia, “noi facciamo mediamente attenzione a quello che altre persone ci dicono. E questo è un aspetto estremamente potente per pensare al nostro prossimo spot radiofonico”.

Fake news: l’unico modo per evitarle è riconoscerle

Le fake news sono ormai al centro dell’attenzione per chi opera nel mondo del digital; a riscaldare l’interesse su questo tema, sono arrivate di recente anche le prese di posizione dei big del mercato digitale. Diciamo che il problema è presto spiegato; il proliferare di pseudo-siti d’informazione ha riempito Facebook di notizie allarmistiche quando non palesemente false. L’interesse di questi operatori, sta nel portare il pubblico sulle pagine del proprio sito per monetizzare queste visite con sistemi di pubblicità che prevedono una percentuale per ogni click generato.

Fake news
Ovviamente il problema non sta nella ricerca di monetizzare dei contenuti, il problema sorge quando lo si fa con notizie di basso livello che generano sempre più confusione in un pubblico ormai poco propenso alla lettura e alla comparazione di diverse fonti giornalistiche. Ma ci rimette anche chi lavora seriamente sui social, perché si sta diffondendo una percezione di questo mezzo sempre più scadente e inaffidabile. E le ripercussioni sono evidenti per chi invece sfrutta questo canale per distribuire contenuti di qualità.
Come affrontare il problema? Carlo Noseda, presidente di IAB Italia, sollecita una presa di coscienza da parte di tutti gli operatori del settore affinché facciano fronte comune e siano pronti a isolare, chi tra clienti e fornitori si trovino implicati in attività poco trasparenti: “Noi di IAB, congiuntamente con IAB US, crediamo che sia arrivato il momento in cui tutti gli attori della filiera siano ben consci della loro responsabilità“ afferma Noseda che non si limita ad estendere l’invito ai classici publisher ma anche a chi come gli Ad Exchanger devono garantire agli inserzionisti posizioni chiare e di qualità per le loro attività di programmatic advertising.
Nel frattempo anche la classe politica italiana cerca di correre ai ripari con un ddl firmato da Adele Gambaro che ha trovato un appoggio trasversale e che introduce il diritto all’oblio per le “notizie palesemente false”. “Vogliamo combattere la diffusione delle fake news difendendo la differenza tra le bufale intese come satira e le notizie false che arrecano danni seri” spiega la Gambaro. Dal ddl sarebbero escluse le testate giornalistiche registrate e già qui qualcuno ha sollevato le prime perplessità: si teme infatti l’istituzionalizzazione di un giornalismo di serie A e di un altro di Serie B. Ma il disegno di legge “Disposizioni per prevenire la manipolazione dell’informazione online, garantire la trasparenza sul web e incentivare l’alfabetizzazione mediatica” riporta al classico dilemma: chi è che controlla il controllore? In altri termini, chi ha il diritto di decidere cosa è fake e cosa non lo è?
Arianna Ciccone, fondatrice del Festival del Giornalismo di Perugia, si schiera apertamente contro la proposta di legge. Nel suo blog Valigia Blu analizza la bozza di legge articolo per articolo e un riassunto molto sintetico della sua posizione potrebbe essere questa: “ ll testo, pur se in bozza (o forse proprio per quello), è infatti il miglior dizionario attualmente disponibile per comprendere come un certo establishment politico (e giornalistico) concepisca Internet e la sua regolamentazione: come lo fraintenda, demonizzi, e cerchi di irregimentare così che diventi un innocuo strumento di trasmissione del consenso, invece che un libero canale di espressione del dissenso.”
Insomma, il problema delle fake news non è risolto e fino a quando non sarà diffusa una vera cultura digitale che permetta agli utenti di scegliere in maniera autonoma le fonti più credibili, la discussione è destinata a rimanere aperta. Un pubblico pronto e ben informato rimane l’unico antidoto alla disinformazione; le fake news possono essere combattute da chi sa riconoscere l’affidabilità del publisher, farlo per legge può diventare molto pericoloso.

Food Computer e il MIT apre al nuovo cibo

Il Food Computer è nato grazie a Fukushima. Può sembrare un paradosso, ma in effetti l’idea del food computer parte proprio da Caleb Harper, un ricercatore del MIT inviato nella città giapponese subito dopo la sciagura nucleare per trovare delle soluzioni ai problemi immediati nel post-catastrofe. Il primo dei problemi nella regione colpita era proprio l’approvvigionamento di cibo; non c’erano luoghi sicuri dove poter coltivare a causa delle contaminazioni nucleari.

Food Computer“Quando sono arrivato a Fukushima mi sono trovato davanti un paesaggio post-apocalittico. Allora mi sono detto: ma se non c’è più il clima adatto per coltivare, perché non crearne uno in maniera artificiale?”. L’idea di arrivare ad un datacenter per le coltivazioni ha preso corpo nella Open Agricolture Initiative del MIT della quale Harper è stato nominato Presidente. L’obiettivo è quello di aprire nuove strade alla produzione agricola e il Food Computer è una risposta che prende forma attraverso un hardware open-source e un software per il controllo delle coltivazioni. Le temperature e altre variabili climatiche vengono monitorate con degli aggiustamenti automatici nel caso di scostamenti dai valori corretti. Le piante non vengono piantate a terra ma crescono su sistemi idroponici, oppure lasciate direttamente nell’acqua con le radici esposte per favorirne una crescita più veloce.
Lo sviluppo della popolazione mondiale prevede per il 2050 oltre 9 miliardi di persone che porteranno ad una crescita del 70% nella richiesta di cibo. Considerando che attualmente circa il 30% della produzione mondiale va sprecata a causa di inefficienze distributive, è chiaro che il concetto della produzione centralizzata vada rivisto con molta attenzione. Le produzioni dovranno essere sempre più distribuite sul territorio ottimizzando allo stesso tempo gli spazi con controlli automatizzati sulle variabili climatiche. Tutti i “contadini digitali” che accetteranno questa nuova strada, potranno accedere ai dati raccolti dal network dei food computers e utilizzarli per ottimizzare le condizioni in cui stanno crescendo le loro piante.
Uno degli aspetti più interessanti del Food Computer è che una sua completa implementazione potrebbe portare qualsiasi tipo di coltivazione in qualsiasi parte del mondo. Ma oltre a questo vengono salvaguardate anche le proprietà nutrizionali; i cibi infatti non devono più fare viaggi lunghissimi e magari rimanere fermi nei depositi per settimane. Le verdure saranno prodotte sul posto e messe immediatamente sul mercato.
I dispositivi di Food Computer sono prodotti in tre versioni che vanno dal classico formato desktop fino ad uno grande come un magazzino. Il costo della versione più piccola si aggira sui $2.000.

Social video prossima next big thing del digital

Social video come risposta alle nuove esigenze del mercato digitale? Le tendenze del mercato pubblicitario sembrano andare in quella direzione, ma vediamo prima quali sono i trend di mercato. A New York è in pieno corso di svolgimento Ignition, appuntamento annuale promosso da Business Insider che prova a tracciare il futuro del mercato digitale. Henry Blodget, co-fondatore di Business Insider, ha riassunto con delle slide il nuovo mercato digital da qui al 2020.

social videoNegli ultimi 20 anni il digitale ha progressivamente sostituito la stampa. Nei prossimi 20 anni sostituirà la Televisione”. è l’incipit della presentazione di Blodget. Nel frattempo il tempo medio giornaliero speso davanti alla TV dagli americani è in deciso calo passando dalle 4 ore e 43 minuti del 2013 alle 4 ore e 9 minuti del 2016. 34 minuti per telespettatore persi in soli tre anni. Questo dato viene evidenziato in maniera particolare dalla fascia d’età 18-24 che negli ultimi tre anni ha diminuito di oltre il 20% il tempo speso davanti alla TV. Al declino della televisione tradizionale, fa da contraltare la crescita inarrestabile della nuova Televisione on-demand con Netflix che ormai ha raggiunto i 100 milioni di utenti. “Ora possiamo guardare quello che vogliamo quando vogliamo vederlo – ovunque, su diversi tipi di schermo”. Per i vecchi media rimane l’ultima speranza di raggiungere un pubblico di nicchia, molto specializzato e con interessi molto circoscritti, come stanno già facendo da tempo radio e stampa.
E allora quale può essere la “next big thing”? Probabilmente non gli smartwatch che non sono mezzi di massa, ma neanche la realtà virtuale che non ha ancora raggiunto un consistente tasso di diffusione. Chi invece ha le carte in regola per candidarsi come grande opportunità per il futuro è il social video, un contenuto di tipo “genuino”, prodotto direttamente dagli utenti che ne sono anche i fruitori più interessati. “I social video possono essere evocativi, d’intrattenimento ed efficaci”, in altre parole parlano più direttamente al privato delle persone e ne interpretano i desideri più di qualsiasi spot commerciale.
bigthing

Non è più sufficiente mascherare il proprio messaggio dietro ad uno stile social, gli utenti sono sempre meno propensi ad accettare qualsiasi tipo di comunicazione commerciale se non arriva al momento giusto, nella forma giusta e nel linguaggio giusto. I social video quindi devono essere intesi come mezzo in grado di mettere assieme queste richieste e non semplicemente come uno spot più lungo rispetto al passaggio televisivo. Un mezzo quindi che possa permettere delle personalizzazioni all’utente, magari veicolando un messaggio brandizzato, ma rimodellato sui gusti di chi scrive il prossimo post su Facebook.

iBeacon e la pubblicità diventa di prossimità

iBeacon

iBeacon e ti fai conoscere a chi ti passa vicino. La nuova grande novità per il mondo dell’advertising digitale si potrebbe riassumere così. Da tempo si parla infatti di nuove soluzioni per la pubblicità geolocalizzata, ma qui il passo è molto più avanzato e si arriva alla comunicazione immediata di prossimità. In pratica chi attiva un iBeacon presso la sua attività, potrà trasmettere informazioni ricevibili in un raggio di 30m. Arriva una notifica sullo smartphone (Android o iOS) e dall’app scaricabile gratuitamente si possono leggere tutti i contenuti che ho deciso di rendere disponibili.
Facile immaginare la moltitudine di possibili applicazioni che può avere una tecnologia del genere: volantino digitale per i negozi sulla strada, infopoint per gli uffici turistici, hotspot per informazioni di qualsiasi genere anche per iniziative temporanee, punto da trovare in una caccia al tesoro… Livebeacon è la soluzione che dovrebbe semplificare di molto l’utilizzo degli iBeacon oltre a renderlo immediato anche per i potenziali destinatari del messaggio. L’inserzionista potrà gestire i contenuti attraverso un editor specifico e i messaggi potranno contenere testo, immagini e video. Nel frattempo l’iniziativa è già partita su Kickstarter e ha già superato il budget base di 10.000 euro. Il beacon è di piccole dimensioni  (5,5 cm x 5,5cm) ed è resistente all’acqua e alla polvere. Il peso è di 35g. Il dispositivo esce già con una parte adesiva in modo da essere posto anche in soluzioni molto nascoste. La batteria di fabbrica ne garantisce il funzionamento ininterrotto per due anni. Ogni iBeacon esce con un ID che permette di identificarlo sul portale Cloud; la piattaforma permette inoltre di personalizzare il messaggio che arriva sulla notifica dello smartphone.

Tutto perfetto, quindi? L’unico limite è che per funzionare questo sistema ha bisogno di aver installata la sua applicazione. L’app è molto leggera (3,7Mb), ma ovviamente bisogna sempre dare un buon motivo agli utenti per scaricare una nuova applicazione. L’aspetto che può aiutare è che iBeacon è compatibile con Apple iBeacon e questo particolare potrebbe aiutare almeno la fascia d’utenti iOS. Poi una volta che lo smartphone ha l’app, può ricevere le notifiche dall’iBeacon anche senza connessione Internet visto che funziona in Bluetooth.
In ogni caso l’idea che ogni attività debba diventare editrice di se stessa si allarga sempre più, uscendo anche dai confini dei social e del Web. Stiamo veramente entrando nella pubblicità dell’internet-of-things? Aspettiamo ancora un paio di mesi, entro l’inizio del 2017 vi daremo le risposte dopo aver messo in funzione i primi iBeacon.

SAGA di droni e robot per i nostri campi

SAGA

Eserciti di droni e robot al lavoro nei campi. Non è la visione futurista del nuovo blockbuster di Hollywood, ma un approccio molto concreto sul quale sta lavorando SAGA, un progetto di ricerca che coinvolge L’ISTC (Institute of Cognitive Sciences and Technologies del CNR. L’Ente di ricerca entra nel progetto offrendo le sue competenze sulle applicazioni robotiche assieme ad Avular B.V., una società specializzata nell’utilizzo dei droni nel settore dell’agricoltura. Partner del progetto anche l’università olandese Wageningen University & Research (WUR) specializzata in sistemi tecnologici avanzati per le coltivazioni. Più in generale SAGA fa parte di Echord++, un progetto europeo che punta a portare le eccellenze della ricerca nella robotica “dai laboratori al mercato” in diversi settori produttivi; e l’agricoltura è uno di questi.
Il progetto punta alla realizzazione di uno stormo di droni programmati per monitorare i campi e rilevare la presenza di erbacce infestanti nei campi. Una volta rilevata la presenza di erbacce, i droni si raggruppano nell’area colpita per monitorarla palmo a palmo. Questo aspetto è molto importante anche perché permette di concentrare i propri interventi in determinate zone a seconda delle priorità d’intervento.
“L’applicazione della robotica di precisione all’agricoltura è un settore con un potenziale elevatissimo” spiega il dottor Vito Trianni, coordinatore del progetto SAGA e ricercatore all’ISTC-CNR, che prosegue “Con il calo dei costi per l’hardware nella robotica unita ad un aumento nelle capacità di lavori di precisione delle macchine, saremo presto in grado di automatizzare degli interventi anche al livello della singola pianta. Queste tecnologie funzionano solo se sono accompagnate dall’abilità di lavorare in gruppi e l’idea degli sciami di droni va proprio in questa direzione”.
Il vantaggio di queste soluzioni riguarda la scalabilità degli investimenti, perché gli sciami possono essere dimensionati a seconda delle specifiche esigenze. La crescente capacità di miniaturizzazione, permette inoltre l’intervento meccanico al posto dei disserbanti chimici e quindi si può capire come SAGA diventi un progetto particolarmente indicato anche per tutte le aziende di produzione biologica. Entro il 2017 dovremmo vedere all’opera i primi prototipi, per un’agricoltura sempre più proiettata nel futuro.

L’Agricoltura del futuro è già un nuovo business

agricoltura del futuro

Chiamiamola agricoltura del futuro, tecnologia agricola, idroponica, indoor agriculture oppure semplicemente agtech; una cosa è certa, nei prossimi anni assisteremo ad una rapida adozione delle tecnologie digitali più avanzate anche nell’agricoltura.
L’inarrestabile crescita della popolazione mondiale richiede nuove risorse alimentari e questa nuova esigenza incoraggia una fortissima crescita nel campo delle coltivazioni in interni e delle tecniche idroponiche. Già attualmente si può stimare che tra il 15% e il 20% della produzione mondiale di cibo viene prodotto all’interno di ambienti urbani e non più nelle fattorie in campagna. La digitalizzazione può sgravare i “contadini digitali” dalle operazioni più ripetitive e farli concentrare solo sugli interventi dove viene richiesta una forte conoscenza delle tecniche di coltivazione. E intanto l’agricoltura urbana negli Stati Uniti è già arrivata ad un volume d’affari di 5 miliardi di dollari, con crescite a doppia cifra previste anche per i prossimi anni.

Il CEO Ally Monk dell’agtech company Motorleaf ha spiegato ad un’intervista a readwrite come sta evolvendo questo settore. Monk spiega come tutto sia partito dall’esigenza dell’altro co-founder e CTO Ramen Dutta di curare le sue piante durante le vacanze: “Ramen partì per le vacanze ed era preoccupato di cosa potesse accadere alle sue piante durante la sua assenza. Ha cercato qualcosa che funzionasse sul principio delle centraline per la smart home, ma in commercio non trovò nulla d’interessante per il suo orto. Iniziò quindi la progettazione di un hub che monitorasse lo stato delle coltivazioni e più in particolare la temperatura, l’irrigazione, lo stato del fertilizzante nel terreno. Non poteva mancare ovviamente anche un sistema di monitoraggio via webcam. Ben presto realizzò che altri “coltivatori di spazi d’interno” potevano essere interessati ad un sistema come questo”.

Ma cosa significa agricoltura del futuro per Motorleaf: l’idea si traduce in un sistema che può automatizzare e monitorare una coltivazione interna dalle dimensioni fino a 2 ettari. Il sistema plug-and-play consiste di quattro moduli:
The Heart che raccoglie i dati sulla temperatura, umidità e livello di luminosità dell’ambiente.
The Power Leaf si connette in modalità wireless a The Heart e comanda anche gli altri moduli in base a delle impostazioni per ciascuna coltivazione.
The Droplet ogni 4 secondi, questo modulo invia a The Heart i dati relativi a PH, nutrienti, temperatura e livello dell’acqua.
The Driplet permette ai coltivatori di automatizzare l’erogazione di PH e nutrienti in base alle altre condizioni ambientali.
Al sistema ci si può interfacciare attraverso un free software, ma l’aspetto davvero rilevante è che i dati raccolti vanno a popolare un database per predire le esigenze e gli interventi necessari sulle varie coltivazioni. L’automazione permette di rilevare in tempo reale qualsiasi tipo di problema e di programmare il tipo d’intervento richiesto. La versione base dell’impianto è già in vendita negli Stati Uniti ad un prezzo di $ 1.500. Tutto sommato abbordabile se si vogliono sfruttare le enormi potenzialità che vengono raccolte sotto la definizione generica di agricoltura del futuro.

Echo porta l’intelligenza artificiale nelle nostre case

Amazon echo

Echo sarà l’innovazione che cancellerà dai nostri tavoli tastiera e mouse? Forse non adesso, ma di sicuro l’interazione con i nostri device sarà sempre più vocale. Amazon Echo è in sostanza uno speaker intelligente, che oltre ad offrire una buona qualità del suono, permette d’interfacciarsi sui vari dispositivi della casa con dei comandi vocali. Alla base di questo funzionamento c’è l’assistant Alexa che garantisce un ottimo livello di comprensione dei comandi grazie ad un microfono ad alta sensibilità e ad una tecnologia d’intelligenza artificiale che offre risultati decisamente superiori rispetto a simili device presenti sul mercato.
Negli Stati Uniti, Echo permette già di prenotare un taxi, di ordinare una pizza o di ascoltare musica attraverso radio in streaming e a servizi di musica on-demand. In questi giorni è stato annunciato l’arrivo del dispositivo anche negli store di Germania e Inghilterra, ma purtroppo non ci sono ancora aggiornamenti sull’uscita in Italia. La grande differenza rispetto ad altri assistant d’intelligenza artificiale, sta nel fatto che Echo non funziona con un unico software, ma bensì ha già attive almeno 300 applicazioni (che in Amazon chiamano “skills”) in grado di offrire altrettante funzionalità diverse. Un sistema quindi in grado d’interagire con provider esterni di tecnologie per la smart home. Per la nostra casa sempre più connessa, rappresenta quindi un passo decisivo verso una reale “internet-of-things”, tutti gli oggetti che ci circondano sono sempre più connessi. In altre parole quello che nell’industria dell’IT si intende per aggregatore o per “broker di servizi tecnologici”.
Siamo ancora lontani da un’effettiva diffusione dell’intelligenza artificiale con macchine capaci di prendere decisioni e di interagire come gli umani. Allo stesso tempo però l’interazione con pc e smart devices non avverrà più solo attraverso interfacce meccaniche (pc e tastiere) ma anche attraverso linguaggi naturali. Il veloce lancio di Google Home negli Stati Uniti sta a confermare questa tendenza, ma altre firme prestigiose promettono grandi evoluzioni in questa direzione.